
Contrariamente a quanto si pensa, il segreto non è ‘creare’ Brand Ambassador, ma liberare il potenziale di quelli che già hai in azienda.
- L’autenticità di un dipendente appassionato batte qualunque budget pubblicitario.
- Un programma di valore si basa sulla formazione e la fiducia, non sulla coercizione.
- La chiave è fornire strumenti e un quadro sicuro, non copioni da recitare.
Raccomandazione: Sposta il focus dal ‘cosa devono dire’ al ‘come possiamo aiutarli a condividere la loro passione e competenza con orgoglio’.
Quanti post aziendali avete visto scorrere nell’indifferenza sui vostri feed? Quanti budget investiti in campagne social che generano un’eco debole, quasi impercettibile? Come manager HR o Marketing, questa frustrazione è fin troppo familiare. Si investono tempo e risorse per creare contenuti perfetti, per poi vederli annegare nel rumore digitale. La risposta classica a questo problema è spesso un mantra ripetuto: “dobbiamo coinvolgere i dipendenti”, “creiamo un programma di employee advocacy”, “diamoli degli incentivi”. Queste sono le soluzioni standard, le platitudini che tutti conoscono.
Ma se il problema fosse l’approccio stesso? E se invece di “trasformare” i dipendenti in venditori mascherati, la vera chiave fosse “liberare” la loro voce autentica? L’errore più grande è pensare all’employee advocacy come a un’altra campagna di marketing dall’alto verso il basso. Non si tratta di dare un megafono ai dipendenti per ripetere slogan aziendali. Si tratta di dare loro un microfono, la fiducia e le competenze per raccontare la loro storia, la loro expertise, la loro passione. La vera sfida non è costruire ambasciatori, ma rimuovere gli ostacoli psicologici, tecnici e organizzativi che impediscono loro di esserlo già.
Questo approccio, che potremmo definire “facilitatore”, cambia completamente le regole del gioco. Passa dal controllo alla fiducia, dalla prescrizione all’ispirazione. In questa guida pratica, esploreremo come implementare una strategia di employee advocacy che non solo funziona, ma che è anche sostenibile, etica e incredibilmente potente. Vedremo come strutturare un programma basato sul valore, come creare contenuti che i dipendenti sono orgogliosi di condividere e come navigare le acque legali per proteggere sia l’azienda che le persone. È tempo di smettere di costruire robot e iniziare a liberare le rockstar che avete già in casa.
Per navigare in modo efficace attraverso questa trasformazione strategica, abbiamo strutturato l’articolo in sezioni chiare e progressive. Ogni capitolo affronta una sfida specifica, fornendo risposte pratiche e strumenti concreti per costruire un programma di Brand Ambassador di successo su LinkedIn.
Sommario: La guida per attivare i tuoi dipendenti come ambassador su LinkedIn
- Perché la raccomandazione di un amico vale più di 10.000€ di budget pubblicitario?
- Come strutturare un programma “porta un amico” che non sembri uno schema piramidale?
- Dipendenti o Influencer pagati: chi genera lead più qualificati nel lungo periodo?
- Il pericolo legale di non dichiarare la sponsorizzazione nei post degli ambassador
- Come creare un kit di contenuti pronti all’uso che faciliti la condivisione spontanea?
- Come far parlare i dipendenti davanti alla telecamera senza che sembrino robot che leggono un copione?
- Come seguire la regola 80/20 per vendere sui social senza annoiare la community?
- Come umanizzare un brand B2B attraverso il video storytelling dei dipendenti?
Perché la raccomandazione di un amico vale più di 10.000€ di budget pubblicitario?
La risposta risiede in una parola: fiducia. In un mondo saturo di messaggi pubblicitari, le persone hanno sviluppato filtri potentissimi. Ignorano i banner, saltano gli annunci e guardano con sospetto i post sponsorizzati. In questo contesto, la voce più potente non è quella del CEO o del brand, ma quella di un pari, di un collega, di un amico. I dati lo confermano in modo schiacciante: secondo uno studio, il 78% degli italiani si fida del passaparola, considerandolo la forma più credibile di pubblicità. Questo non è solo un sentimento, è un meccanismo psicologico. La raccomandazione di una persona che conosciamo e stimiamo bypassa i nostri scudi anti-marketing perché la percepiamo come autentica e disinteressata.
Un dipendente che condivide con orgoglio un successo del suo team o un articolo tecnico interessante sul suo profilo LinkedIn non sta “vendendo”, sta “condividendo” la sua passione e competenza. Questa distinzione è fondamentale. Il pubblico raggiungibile dai profili personali dei dipendenti è spesso 10 volte superiore a quello dei follower della pagina aziendale. Ma non è solo una questione di reach; è una questione di impatto. L’engagement generato da questi post è esponenzialmente più alto perché nasce da una connessione umana, non da una transazione commerciale.
Un esempio brillante di questo approccio è stata la strategia di employee engagement di Microsoft Italia durante il trasferimento nella nuova sede. Invece di una comunicazione corporate top-down, l’azienda ha celebrato le persone, raccontando le loro passioni extra-lavorative. Questo ha creato un dialogo autentico che ha reso il progetto un successo, dimostrando che l’umanità e l’autenticità sono gli asset più preziosi. Quando un dipendente diventa un ambassador, non sta prestando la sua voce all’azienda; sta allineando la sua passione personale con la missione aziendale, e questa sinergia ha un valore incalcolabile.
Come strutturare un programma “porta un amico” che non sembri uno schema piramidale?
Il timore più grande nel lanciare un programma di employee advocacy è che venga percepito come un’attività forzata, quasi uno “schema piramidale” in cui i dipendenti sono spinti a promuovere l’azienda per un piccolo incentivo. Per evitare questa trappola, il focus deve spostarsi dall’incentivo al valore reciproco. Un programma di successo non si basa sulla coercizione, ma sulla costruzione di quella che chiamo “fiducia sistemica”: un ambiente in cui i dipendenti si sentono supportati, formati e valorizzati, e dove la condivisione diventa una conseguenza naturale dell’orgoglio e della competenza.
La base di tutto è la formazione. Non si può chiedere a un dipendente di essere un ambassador su LinkedIn senza prima fornirgli gli strumenti per avere successo. Questo significa organizzare workshop pratici, come il metodo LINKEDIN10C, che non solo ottimizzano il profilo personale ma insegnano un uso strategico della piattaforma, sia a livello personale che aziendale. La formazione deve dare fiducia, non solo istruzioni. Deve far capire ai dipendenti che l’obiettivo è far brillare la loro expertise, non trasformarli in venditori.
Una volta costruite le fondamenta della competenza, si può introdurre un elemento di gamification intelligente. L’obiettivo non è creare una competizione spietata, ma stimolare un coinvolgimento sano e trasparente. Un sistema a livelli (es. Bronzo, Argento, Oro) può premiare non solo la quantità di condivisione, ma anche la qualità dell’engagement generato o la proattività nel proporre nuovi contenuti. Questo trasforma l’attività da un “obbligo” a una “sfida” divertente e costruttiva.

L’elemento cruciale è la volontarietà. Un programma di ambassador deve essere un club esclusivo a cui le persone vogliono appartenere, non un compito assegnato. Comunicare chiaramente i benefici per il personal branding del dipendente (più visibilità, networking qualificato, riconoscimento come esperto) è altrettanto importante quanto comunicare i benefici per l’azienda. Quando il programma è percepito come un’opportunità di crescita personale, la paura dello “schema piramidale” svanisce, lasciando spazio a un circolo virtuoso di orgoglio e condivisione spontanea.
Dipendenti o Influencer pagati: chi genera lead più qualificati nel lungo periodo?
Nel dibattito tra l’ingaggio di influencer a pagamento e l’attivazione dei propri dipendenti come ambassador, la risposta a lungo termine è nettamente a favore dei secondi, specialmente nel B2B. Come sottolinea uno studio di Webit, su LinkedIn un dipendente è 3 volte più credibile di un CEO, e per estensione, molto più credibile di un influencer esterno percepito come puramente transazionale.
Su LinkedIn un dipendente è 3 volte più credibile di un CEO quando condivide contenuti aziendali.
– Studio Webit, LinkedIn per il B2B: le persone contano
La differenza fondamentale risiede nell’autenticità della competenza. Un influencer può avere un grande seguito, ma la sua conoscenza del prodotto o servizio è spesso superficiale. Può recitare un copione, ma difficilmente potrà rispondere a domande tecniche complesse o partecipare a una conversazione approfondita con un potenziale cliente. Un dipendente, invece, vive il prodotto ogni giorno. La sua conoscenza è profonda, radicata nell’esperienza diretta. Quando un tecnico, un commerciale o un project manager condivide un contenuto, la sua credibilità è intrinseca. Questa profondità si traduce in interazioni di qualità superiore e, di conseguenza, in lead più qualificati.
L’investimento in un programma di employee advocacy è un asset che si costruisce nel tempo. La formazione e gli strumenti forniti ai dipendenti rimangono un patrimonio aziendale permanente, a differenza del compenso di un influencer che svanisce alla fine della campagna. Il confronto tra i due approcci diventa ancora più chiaro se analizzato punto per punto.
Questo confronto, basato su un’analisi comparativa del settore B2B italiano, evidenzia come l’investimento sui dipendenti sia strategicamente più vantaggioso nel lungo periodo.
| Criterio | Dipendenti Ambassador | Influencer Pagati |
|---|---|---|
| Credibilità percepita | Alta (conoscenza diretta del prodotto) | Media (percezione commerciale) |
| Costo per lead | Basso (dopo investimento iniziale in formazione) | Alto (fee + gestione campagna) |
| Durata dell’effetto | Lungo termine (asset aziendale permanente) | Breve termine (durata contratto) |
| Qualità interazione | Alta (risposte tecniche dettagliate) | Bassa (conoscenza superficiale) |
| Reach potenziale | 10x follower aziendali (dato LinkedIn) | Variabile secondo follower influencer |
In conclusione, mentre un influencer può offrire un picco di visibilità a breve termine, i dipendenti ambassador costruiscono un flusso costante e credibile di interazioni qualificate, trasformando un costo di marketing in un investimento strategico a lungo rendimento.
Il pericolo legale di non dichiarare la sponsorizzazione nei post degli ambassador
Attivare un programma di employee advocacy senza una chiara comprensione del quadro normativo italiano è un rischio che nessuna azienda dovrebbe correre. La linea tra condivisione spontanea e pubblicità occulta è sottile, e le conseguenze di una sua violazione possono essere severe. Il Codice del Consumo italiano è molto chiaro: ogni forma di comunicazione commerciale deve essere trasparente e immediatamente riconoscibile come tale. In caso contrario, si configura una pratica commerciale scorretta.
Il punto cruciale è che, nel momento in cui l’azienda incentiva, remunera o anche solo “guida” in modo strutturato la condivisione da parte dei dipendenti, tale attività può essere considerata di natura commerciale. La mancata trasparenza può portare a sanzioni pesanti. Secondo il Codice del Consumo italiano, le sanzioni per pubblicità occulta possono arrivare fino a 5.000.000€, senza contare il danno reputazionale per l’azienda e per il dipendente stesso. Anche l’AGCOM ha rafforzato le sue linee guida nel 2024, prevedendo multe significative per la mancata trasparenza.
La soluzione non è evitare i programmi di advocacy, ma implementarli in modo responsabile e trasparente. È fondamentale fornire ai dipendenti ambassador una formazione legale specifica e policy aziendali chiare. Devono sapere esattamente quando e come dichiarare la natura commerciale di un post. L’uso di hashtag espliciti come #adv, #pubblicità, #sponsorizzato o anche formule come “#fornitodallamiazienda” non è un’opzione, ma un obbligo in molti contesti. Ignorare queste regole significa esporre l’intera organizzazione a rischi legali e d’immagine.
Per navigare con sicurezza in questo ambito, è essenziale implementare un processo di audit interno. Ecco una checklist pratica per verificare la compliance del vostro programma.
Checklist di conformità per l’Employee Advocacy in Italia
- Definizione della Policy: Formalizzare una policy interna chiara che specifichi quando un post è considerato commerciale e quali hashtag utilizzare (#adv, #sponsored, #brandambassador).
- Formazione Obbligatoria: Organizzare sessioni di formazione con tutti i dipendenti ambassador per spiegare le linee guida dell’AGCM e dello IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria).
- Processo di Validazione: Implementare un flusso di approvazione (anche leggero) per i contenuti più palesemente promozionali, assicurandosi che includano le diciture corrette.
- Monitoraggio e Audit: Effettuare controlli a campione sui post dei dipendenti ambassador per verificare il rispetto delle policy e fornire feedback costruttivo.
- Clausola Contrattuale: Inserire nei contratti o negli accordi del programma di advocacy una clausola specifica che richiami all’obbligo di trasparenza, proteggendo sia l’azienda che il dipendente.
La trasparenza non indebolisce il messaggio, anzi, lo rafforza. Dimostra rispetto per la community e costruisce una fiducia ancora più solida nel lungo periodo.
Come creare un kit di contenuti pronti all’uso che faciliti la condivisione spontanea?
Il segreto per un kit di contenuti di successo non è fornire copioni da recitare, ma creare un “hub di ispirazione” che funzioni da trampolino di lancio per l’autenticità dei dipendenti. L’obiettivo è facilitare, non dirigere. Dobbiamo passare dalla mentalità del “ecco cosa devi postare” a quella del “ecco delle risorse fantastiche, come le racconteresti con la tua voce?”. Questo approccio rispetta l’intelligenza e la creatività delle persone, stimolando una condivisione più genuina e, di conseguenza, più efficace.
Un hub di contenuti ben strutturato dovrebbe includere diverse tipologie di risorse, facilmente accessibili e pronte per essere personalizzate. Ecco gli elementi essenziali:
- Contenuti di Valore: Un accesso centralizzato ad articoli del blog aziendale, case study di successo, white paper, notizie di settore rilevanti e aggiornamenti aziendali significativi. Strumenti come la scheda “La mia azienda” su LinkedIn sono perfetti per questo.
- Calendario Editoriale Suggerito: Un calendario flessibile che propone temi settimanali o mensili legati a lanci di prodotto, eventi o trend di mercato. Non è un obbligo, ma uno spunto per chi cerca ispirazione.
- “Storytelling Prompts”: Domande o spunti settimanali che stimolano la creazione di contenuti originali. Ad esempio: “Qual è stata la sfida più grande che hai risolto per un cliente questo mese?” o “Quale feature del nostro prodotto ti entusiasma di più e perché?”.
- Template Grafici Personalizzabili: Grafiche brandizzate (utilizzando strumenti come Canva) con spazi vuoti per la foto del dipendente, il suo nome e una sua citazione. Questo permette di mantenere la coerenza visiva del brand lasciando al contempo spazio alla personalizzazione.
Piattaforme dedicate, come la soluzione italiana Link&Lead, possono portare questo concetto a un livello superiore. Utilizzando un assistente virtuale e video pillole formative, trasformano l’apprendimento e la condivisione in un’esperienza gamificata. L’algoritmo analizza i dati e crea classifiche, alimentando una sana competizione e il team building. Questo dimostra come la tecnologia possa essere usata per coinvolgere attivamente i dipendenti, invece di sommergerli di direttive.
In definitiva, un kit di contenuti efficace è un ecosistema vivo. Deve essere costantemente aggiornato, deve ascoltare i feedback dei dipendenti e deve celebrare le migliori personalizzazioni, incoraggiando gli altri a trovare la propria voce unica. Solo così la condivisione diventa un atto spontaneo di orgoglio, non un compito da spuntare sulla lista.
Come far parlare i dipendenti davanti alla telecamera senza che sembrino robot che leggono un copione?
La paura della telecamera è reale, e il rischio di ottenere video rigidi e innaturali è alto. La chiave per superare questo ostacolo è, ancora una volta, abbandonare l’idea del controllo e abbracciare l’autenticità grezza. Il pubblico su piattaforme come LinkedIn non cerca la perfezione di uno spot televisivo; cerca la connessione umana. Un video leggermente imperfetto ma genuino sarà sempre più efficace di un video patinato ma senz’anima. Per ottenere questo risultato, è necessario creare un ambiente di fiducia e utilizzare tecniche specifiche che mettano le persone a proprio agio.
Innanzitutto, la preparazione non deve essere la memorizzazione di un testo, ma la comprensione di un messaggio. Invece di un copione, fornite dei punti chiave o delle domande guida. Una tecnica molto efficace è quella dell’intervista guidata. Ponete domande aperte che stimolino racconti personali e aneddoti (“Qual è stato il momento più gratificante del progetto X?”, “Cosa ti ha sorpreso di più lavorando qui?”). Questo sposta il focus dalla performance alla conversazione, rendendo il tutto molto più naturale.

L’ambiente e la tecnica di ripresa giocano un ruolo cruciale. Preferite video “grezzi” girati con un buon smartphone in un ambiente di lavoro familiare piuttosto che in uno studio asettico. Questo non solo aumenta la percezione di autenticità, ma riduce anche la pressione sul dipendente. Ecco alcune tecniche pratiche per liberare la spontaneità:
- Conversazioni di gruppo: Fate parlare i dipendenti in coppia o in piccoli gruppi. L’interazione tra colleghi crea una dinamica molto più naturale e rilassata rispetto a un monologo davanti all’obiettivo.
- Montaggio “onesto”: In fase di montaggio, non cercate la perfezione. Lasciate qualche piccola esitazione, una risata spontanea. Eliminate solo le parti palesemente sbagliate o troppo preparate, montando le risposte più autentiche.
- Formazione continua: Organizzate brevi sessioni di media training non solo sulla postura o il tono di voce, ma anche sulle funzionalità della piattaforma, come LinkedIn Stories o i sondaggi, per dare loro più strumenti espressivi.
Ricordate: l’obiettivo non è creare attori, ma dare voce a esperti appassionati. Quando una persona si sente ascoltata e a proprio agio, la sua autenticità emerge naturalmente, e quello è il momento in cui il video diventa davvero potente.
Come seguire la regola 80/20 per vendere sui social senza annoiare la community?
La regola 80/20 è uno dei principi cardine per un’employee advocacy di successo. Significa che l’80% dei contenuti condivisi dai dipendenti dovrebbe essere di valore, utile e rilevante per la loro community (notizie di settore, consigli, approfondimenti tecnici, spunti di riflessione), mentre solo il 20% dovrebbe essere direttamente promozionale (link al blog aziendale, annunci di prodotto, offerte di lavoro). Questo mix è fondamentale per una ragione molto semplice: nessuno vuole seguire un megafono aziendale. Le persone seguono altre persone per imparare, ispirarsi e connettersi. Un profilo che parla costantemente e solo dell’azienda per cui lavora viene rapidamente percepito come noioso e autoreferenziale, perdendo ogni credibilità.
Seguire questa regola trasforma il profilo del dipendente da un canale di vendita a una fonte autorevole nel suo settore. Quando un professionista condivide costantemente contenuti di alta qualità (l’80%), costruisce fiducia e si posiziona come un esperto. Di conseguenza, quando condivide quel 20% di contenuti promozionali, la sua community è molto più propensa ad ascoltare, perché si fida del suo giudizio. I dati confermano questa dinamica: secondo Sprout Social, i contenuti condivisi dai dipendenti ricevono in media circa otto volte più engagement rispetto agli stessi contenuti pubblicati dalla pagina aziendale. Questo accade perché sono inseriti in un contesto di credibilità e valore, non di pura promozione.
L’errore più comune è interpretare il 20% promozionale in modo restrittivo. Non si tratta solo di postare il link all’ultimo articolo del blog. Questo 20% può e deve essere diversificato per raccontare l’azienda in modo umano e coinvolgente. Ecco come:
- Cultura aziendale: Condividere foto di un evento di team, celebrare un successo collettivo o raccontare un aneddoto che mostri i valori dell’azienda in azione.
- Employer Branding: Postare offerte di lavoro con un commento personale su cosa significhi lavorare in quel team o in quell’azienda.
- Dietro le quinte: Mostrare un “work in progress” di un progetto interessante (senza svelare segreti industriali) per creare attesa e coinvolgimento.
Insegnare ai dipendenti a bilanciare questo mix è un investimento cruciale. Significa dare loro la libertà e gli strumenti per personalizzare i post, permettendo alla loro voce e prospettiva unica di emergere. È questa l’essenza dell’autenticità strutturata: fornire un framework (la regola 80/20) all’interno del quale la creatività individuale può prosperare.
Punti chiave da ricordare
- L’autenticità vince sempre: la fiducia generata da un dipendente è un asset che nessun budget pubblicitario può comprare.
- Facilitare, non forzare: il ruolo del management è fornire formazione, strumenti e un quadro sicuro, non copioni da recitare.
- La trasparenza è fondamentale: rispettare le normative legali (es. AGCM in Italia) non è un ostacolo, ma un fondamento di credibilità a lungo termine.
Come umanizzare un brand B2B attraverso il video storytelling dei dipendenti?
Nel mondo B2B, spesso dominato da una comunicazione formale e incentrata sul prodotto, lo storytelling video dei dipendenti è l’arma più potente per umanizzare il brand e creare una connessione emotiva. Il business B2B, in fondo, si basa su relazioni tra persone, e LinkedIn è il terreno ideale per coltivarle. Sono le persone, con le loro competenze e le loro storie, a rendere un brand autorevole e degno di fiducia. Spostare il focus dal “cosa facciamo” al “perché lo facciamo” e “chi siamo mentre lo facciamo” è una rivoluzione silenziosa ma incredibilmente efficace.
I video dei dipendenti permettono di abbattere la formalità tipica del B2B italiano, mostrando i volti, le passioni e le competenze che si celano dietro a un logo. Questo non significa rinunciare alla professionalità, ma arricchirla di umanità. Invece di video promozionali patinati, si possono creare format seriali che raccontano l’azienda dall’interno, attraverso gli occhi di chi la vive ogni giorno. Questo approccio trasforma i dipendenti nei migliori ambassador possibili, perché raccontano una storia in cui credono sinceramente.
Per implementare una strategia di video storytelling efficace, è utile pensare a format specifici che possano diventare appuntamenti ricorrenti per la community. Ecco alcune idee pratiche:
- “Una giornata con…”: Seguire un dipendente (un tecnico, un designer, un project manager) nella sua giornata tipo, mostrando le sfide, le collaborazioni e le piccole vittorie.
- “Spiegato da chi lo fa”: Brevi video-interviste in cui gli esperti interni spiegano un concetto complesso o il funzionamento di una tecnologia in modo semplice e accessibile. Questo è contenuto educativo, non promozionale.
- “La nostra cultura in azione”: Documentare momenti di team building, sessioni di brainstorming o iniziative di volontariato aziendale per mostrare i valori del brand in modo concreto e non dichiarato.
- “Storie di successo dei clienti (raccontate da noi)”: Un project manager che racconta, dal suo punto di vista, come ha aiutato un cliente a risolvere un problema complesso. Questo aggiunge uno strato di autenticità e passione al classico case study.
Questi formati, quando realizzati con l’approccio autentico di cui abbiamo parlato, creano un legame profondo con il pubblico. Non vendono un prodotto, ma costruiscono fiducia in un team di persone competenti e appassionate. E nel B2B, la fiducia è la valuta più preziosa.
Ora hai tutti gli strumenti e le strategie per avviare un programma di employee advocacy che non sia solo efficace, ma anche autentico e motivante. Il prossimo passo è iniziare a costruire quella fiducia sistemica all’interno della tua organizzazione. Inizia oggi stesso a dialogare con i tuoi team, a formare i tuoi talenti e a fornire loro gli strumenti per brillare. È il momento di liberare i tuoi prossimi, incredibili Brand Ambassador.
Domande frequenti su come trasformare i dipendenti in Brand Ambassador
Cosa significa esattamente la regola 80/20 su LinkedIn?
I top performer seguono l’80% di contenuti rilevanti e utili e solo il 20% di contenuti promozionali. Questo mix genera più engagement perché non è autoreferenziale ma effettivamente utile.
Come diversificare il 20% promozionale?
Non solo link al blog aziendale, ma anche offerte di lavoro, celebrazioni di successi del team, cultura aziendale attraverso esperienze personali.
Qual è l’errore più comune nell’employee advocacy?
Nessuno vuole sembrare un megafono aziendale. I migliori programmi danno ai dipendenti gli strumenti per personalizzare i post mantenendo l’allineamento con il brand, permettendo di aggiungere la propria voce e prospettiva.